"Maternità Ad Auschwitz" Di: Emanuela Gelmini (Finalista) Sezione Poesia Inedita In Lingua Italiana VI Edizione
La campana della torre
percuote
più volte, dall'alto
il silenzio pungente
in un'alba di fango,
mentre avvicino le labbra livide
del mio bimbo, che non avrà nome,
al seno dolente.
Sono un involucro grinzoso di screpolata argilla
rigata di latte:
per qualche istante sarò madre
di un figlio che ho partorito orfano,
poi sarò pietra levigata dalla placenta
di mille e mille partorienti ancora
sul suolo di Auschwitz,
che da sempre odora di fumo
e di pioggia trafitta dal filo spinato.
Si spalanca
al sibilo della sirena
la porta della baracca
sulla mia ombra di madre:
che ti giungano calde nel gelo
le mie lacrime, figlio!
Come una lupa affamata di vita,
con zampe malferme
vago nella steppa dello sterminio
ed elevo, incredula,
il mio grido di belva morente
a un Dio altre sei milioni di volte assente:
"Eli, Eli, lama sabachthani"1?
1 Sono le ultime parole pronunciate da Cristo prima di morire sulla croce, tradotte dall'ebraico: "Dio mio, Dio mio perchè mi hai abbandonato?".
Emanuela Gelmini è nata nel 1973.
Dopo la maturità classica, si è laureata con lode in Lingue e Letterature Straniere (Università di Pavia). Professionalmente ha seguito percorsi distanti dalla scrittura, che rappresenta tuttavia uno dei suoi più grandi interessi. Ha iniziato a partecipare a concorsi letterari nazionali dal 2014, ottenendo vari riconoscimenti. All‟Università di Lüneburg (Germania) si è specializzata in un corso di letteratura sull‟Olocausto, un tema che l‟ha sempre colpita. La poesia premiata è incentrata sulla negazione alla maternità e diventa doppio emblema di negazione alla vita stessa, quale la Shoah ha rappresentato per milioni di uomini di tutte le età.
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